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Smart Working. Istruzioni per l’uso

Pubblicato da Teleskill Italia | 06/mag/2016

Chi fa parte di Teleskill, opera da anni con progetti di comunicazione e formazione a distanza – commenta Emanuele Pucci, CEO di Teleskill – e noi stessi applichiamo lo smart working con alcuni collaboratori o per alcune attività tra le sedi di Roma, Milano, Londra. Ascoltare altri punti di vista, integrare esperienze e competenze, condividere risorse e conoscenze è di vitale importanza per chi si occupa, con passione, di innovazione digitale.

Per questo sono davvero felice di ospitare sul nostro blog aziendale l’interessante contributo di Andrea Solimene, certo che anche i lettori coglieranno gli spunti e le opportunità di riflessione che le sue risposte ci offrono”.
Lo Smart Working attrae sempre più aziende e anche i dipendenti sembrano apprezzarlo. Sul tema, intervistiamo Andrea Solimene.

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Andrea Solimene, CEO di Seedble, è uno degli autori di “The Smart Working Book“, un manuale sul buon uso dello SmartWorking utile sia ai manager e agli imprenditori, sia ai lavoratori.

Ha accettato di rispondere ad alcune domande su questo nuovo modo di interpretare il lavoro, l’ufficio, la produttività aziendale.

Come potremmo definire sinteticamente il concetto di Smart Working?

Preferisco dire innanzitutto cosa non è lo Smart Working, siccome c’è tanta confusione nel contesto italiano. Non è lavorare da casa, non è telelavoro, non è lavorare in open space o in uffici dal design accattivante, non è lavorare con lo smartphone, e non è neanche una soluzione per rendere più semplice la vita a una mamma.

 Smart Working non è altro che dare più responsabilità e fiducia ai worker (preferiamo non utilizzare la parola “dipendente”) nel determinare come, dove, quando e con quali mezzi svolgere il proprio lavoro. I worker, punto cruciale dell’organizzazione, vengono gestiti e valutati sulla base dei risultati e questo si traduce nell’aumento della produttività e nel miglioramento del loro welfare.

Lo Smart Working è, dunque, un nuovo modo di concepire il lavoro che si distacca dalla visione tradizionale basata su gerarchie, controllo della presenza e resistenza alla condivisione della conoscenza.  

Perché, secondo te, molte aziende stanno adottando lo Smart Working?

Lo Smart Working è un’opportunità che, se ben colta, apre scenari vantaggiosi sia per l’azienda sia per il singolo worker. Non si tratta di una moda, ma di un approccio lavorativo che consente di rendere l’organizzazione più efficiente, attrarre nuovi talenti e ridurre i costi. E’ scientificamente provato che chi è più sereno al lavoro, rende di più ed è più produttivo. Bene! Lo Smart Working ambisce a rendere questa considerazione come una normalità all’ interno delle organizzazioni.

Inoltre, credo rappresenti anche una scelta obbligatoria per molte aziende. Pensate a Nokia o Kodak che non sono state reattive al cambiamento oppure a come AirBnb, Tesla o Uber stanno stravolgendo i mercati. Sono aziende nate con modelli organizzativi più agili che riescono a cavalcare l’innovazione e a imporsi più facilmente.

Quale può essere il vantaggio per un collaboratore?

Il worker viene posto al centro dell’attenzione e tale approccio lo responsabilizza e  rende più autonomo e padrone del proprio lavoro e della sua crescita. Pertanto, sarà lui a gestire il suo tempo in funzione delle esigenze (sia professionali sia personali). In altri termini sarà lui a decidere quando, dove e come lavorare nel rispetto degli obiettivi definiti e stabiliti in collaborazione con il manager.

Riporto alcuni quesiti: secondo voi è più contento chi va al lavoro dopo essersi fatto 1 ora bloccato nel traffico nell’orario di punta oppure chi ottimizza gli spostamenti e sceglie dove lavorare? È più sereno chi riceve ordini senza nessun tipo di responsabilizzazione dal proprio capo oppure chi ha instaurato un rapporto fiduciario per cui si hanno chiari gli obiettivi da raggiungere? È più soddisfatto chi è costretto a lavorare sempre dalla propria scrivania, oppure chi ha la possibilità di cambiare ambiente e luogo in funzione delle sue esigenze (concentrazione, collaborazione, comunicazione, contemplazione)? E potrei continuare ancora per molto..

Che caratteristiche deve avere una persona perché possa apprezzare lo smart working?

Non è facile definire lo stereotipo dello smart worker. Sicuramente è un lavoratore che considera fondamentali aspetti quale l’appartenenza a una community, la condivisione di valori ambiziosi, la possibilità di lavorare ad attività interessanti, l’equilibrio tra vita personale e professionale, la responsabilizzazione e la fiducia del suo team. Tutti aspetti che reputa maggiormente rilevanti (anche rispetto alla retribuzione economica) nella scelta del suo impiego. Mi preme sottolineare come solo il 7% dei Millennials (generazione nata tra gli anni 80 e 2000), coloro che saranno i manager e leader del domani, definisce il successo come “guadagnare tanti soldi”.

Esistono alcune criticità nello Smart Working o funziona sempre e comunque?

Introdurre lo Smart Working in azienda significa avviare un processo di cambiamento organizzativo che, inevitabilmente, rompe alcuni degli equilibri esistenti. Affinché il worker sia del tutto responsabile del suo lavoro, occorre avviare una serie di interventi (percorsi formativi, tecnologie collaborative, spazi funzionali, politiche di welfare)  finalizzati a creare una cultura organizzativa basata sulla fiducia, trasparenza e collaborazione.

Per poter avere successo, è fondamentale considerare in un progetto Smart Working i tre pilastri: in primis le persone verso le quali deve esistere una relazione di fiducia, la tecnologia che deve essere abilitante e non limitante nello svolgimento del proprio lavoro. Gli spazi che devono essere adatti ai diversi bisogni dei professionisti. Le cosiddette 3 B dello Smart Working: Behaviours, Bytes e Bricks. E non esiste una formula unica o una bacchetta magica. Stiamo rivedendo il modo di lavorare che è oramai da oltre 100 anni radicato nelle nostre organizzazioni e abitudini, non possiamo pensare di farlo dall’oggi al domani?

Nel tuo libro ci sono alcune metafore suggestive. Cos’è “la rana bollita”?

Si tratta di una metafora di Noam Chomsky, filosofo ed esperto di comunicazione, che fornisce un ottimo spunto di riflessione sul cambiamento organizzativo. Se prendiamo una rana e la immergiamo in un recipiente di acqua bollente, con molta probabilità tenderà a saltar fuori immediatamente perché spaventata a morte. Nel caso in cui la poniamo all’ interno del recipiente e, solo un secondo momento, versiamo lentamente acqua tiepida, la rana non noterà nessuna anormalità. Se poi accendiamo il fuoco e aumentiamo gradualmente la temperatura, la rana accetterà la situazione fino a lasciarsi bollire e morire.

L’esperienza mostra che, quando un cambiamento si effettua in maniera graduale e lenta, sfugge alla coscienza e non suscita – per la maggior parte del tempo – nessuna reazione od opposizione, ma semplice annichilimento. Molte organizzazioni vivono e ragionano come la rana: preferiscono non reagire al cambiamento perché spaventati da ripercussioni troppo complesse, non consapevoli delle opportunità presenti.

Cosa s’intende per “fortino della sicurezza”?

Il fortino della sicurezza si riferisce allo schema rigido che le aziende impongono per la gestione e lo scambio dell’informazione, con l’obiettivo di controllarla e di conservarla “all’interno delle proprie mura”. Molto spesso i worker possono lavorare solo su dispositivi rilasciati dall’azienda di appartenenza e con applicazioni installate esclusivamente dal proprio dipartimento ICT. Un approccio che entra facilmente in contrasto con le abitudini e le esigenze di tutti i giorni, in cui l’informazione (e la conoscenza) viaggia libera da ogni schema. Internet è nato per esser un sistema libero da vincoli e, oramai, l’informazione viaggia sui canali del web, perché ingabbiarla? Se mettessimo su due piatti della bilancia i rischi derivanti dal diffondere le informazioni e quelli connessi al divieto di farlo, sicuramente sarebbero i secondi a danneggiare maggiormente il benessere delle aziende.”

A che tipo di azienda consiglieresti di adottare lo smart working?

Lo Smart Working può essere applicato a ogni tipo di organizzazione, di prodotto o di servizi, declinando tuttavia l’approccio in funzione delle esigenze specifiche emerse in fase di analisi iniziale. Una delle organizzazioni che da tempo ha introdotto lo Smart Working con successo è TetraPak, azienda di prodotto. Questo non significa – banalmente – che i worker lavorano il prodotto da casa, ma piuttosto sono stati introdotti soluzioni che hanno migliorato l’approccio lavorativo: gli spazi sono stati organizzati in maniera modulare così da ottimizzarne l’utilizzo, ogni team lavora per obiettivi e ha flessibilità oraria. Sicuramente sono agevolate le aziende che hanno un management visionario e disposto a innovare.

 

Il 18 maggio 2016 Teleskill ospiterà il convegno organizzato dall’ Università degli studi Roma Tre dedicato allo Smart Working e alle nuove metodologie di lavoro a distanza.

Per registrarsi e partecipare alla diretta vai su: www.master-hrspecialist.com

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